La macchina fotografica è qualcosa che mi ha sempre affascinato, ci sono culture che credono ti rubi l'anima e io personalmente credo, più che di rubare, si tratti un lascito: anche un solo scatto può sondare una parte di noi e del soggetto che rimarrà visibile per l'eternità. È come permetterci di rimanere fermi, ricordarci e capirci.
FOTO.
Siamo principalmente soli, pensavo nel guardare il cielo.
Specialmente la notte, e poi mi ritiravo nel mio letto.
E mi coricavo con le luci spente,
rimanendo però ad occhi aperti per un tempo che mi sembrava interminabile.
Provavo paura, in quei momenti;
il timore era quello di accendere la luce e trovarmi faccia a faccia con un
mostro.
Mi tenevo ben protetta sotto le
lenzuola, senza far scivolare fuori neanche un dito. Nella sciocca speranza che
quelle coperte mi avrebbero salvata da qualunque tipo d’attacco.
Più di ogni cosa mi spaventavano
i coltelli.
Lucevano di un bagliore maligno,
tutti quelli che avevo potuto vedere.
E sembravano un po’ come macchine
fotografiche: ti portavano via qualcosa.
Nel nostro mondo è così.
Ciò che viene fotografato sbiadisce
sempre più, fino a diventare grigio.
E tante tonalità di grigio
possono formare qualunque cosa: dai sassi ai fiori, dagli animali alle persone.
E abbiamo una stanza, una stanza
in cui arrivano delle cose, sempre grazie a quelle macchine.
Cose di qualunque tipo.
Dalla Terra.
La si vede da lontano e sembra
vuota e sola, con la Luna che se ne sta a guardarla ancor più sconsolata.



